Trivelle senza regole. SÌ vota per cambiare

La concessione senza scadenza definita e le previsioni dello “Sblocca Italia” sono un non senso di politica energetica, negano la concorrenza e autorizzano le trivelle senza valutarne prima la pubblica utilità e i rischi. Con il Sì non si abrogano le fonti fossili ma si torna ad un loro uso su basi tecniche, valutandone caso per caso l’impatto ambientale e la funzione strategica.

Allo sviluppo, all’ambiente e alla salute serve incrementare l’uso delle energie rinnovabili e meno inquinanti. Per questo abbiamo siglato l’Accordo sul Clima di Parigi a dicembre.

Dopo aver avocato a sé i compiti degli enti locali, il Governo Italiano era diventato una sorta di “centrale unica delle autorizzazioni”, con pesanti rischi di condizionamento come dimostrano le recenti cronache giudiziarie. Per il 75% delle piattaforme off-shore il Ministero dell’Ambiente non avrebbe prescritto piani di monitoraggio ambientale. Il 73% di quelle sotto costa poi risultano già improduttive o quasi.

Non si tratta di un referendum marginale o ideologico. Chi ha interessi personali che ledono l’interesse della comunità spera nell’astensione.

Questo articolo è per chi cerca un approfondimento semispecialistico e vuole sapere perché anche chi crede molto nelle energie fossili dovrebbe votare SI’.

                                       Guido Caridei

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Cosa accadrà in caso di vittoria del sì e del no

Se domenica vincerà il Sì non si fermeranno di colpo le trivelle in mare. Per quelle distanti oltre 12 miglia dalla costa, infatti, non cambierà nulla. Quelle sotto costa lavoreranno fino alla scadenza delle attuali concessioni pluridecennali e, a quel punto, per le piattaforme già realizzate e che veramente producono, non è escluso il rilascio di nuove concessioni di sfruttamento, allo stesso soggetto o ad altro presente sul mercato. Ma in quel caso saranno le Commissioni Tecniche ad esprimersi circa la convenienza economica e ambientale dei progetti e ad imporre eventuali migliorie, come previsto dalle normative italiane ed europee in materia di ambiente e di libera concorrenza.[1]

Se vincerà il NO o l’astensione, le compagnie che attualmente detengono le concessioni non le vedranno scadere e potranno lavorare fino all’esaurimento del giacimento (che potrebbe arrivare molto tardi visti i ritmi di estrazione lenti che risultano dai dati ministeriali). I concessionari avranno inoltre la certezza di non dover mai cedere ad altri l’uso del giacimento pubblico. Lo Stato non potrà imporre progetti più innovativi o la modifica dei diritti di estrazione da riscuotere.

Per questo occorre votare sì, per restituire allo Stato e alla collettività, per il tramite degli organi tecnici, la valutazione di pubblica utilità nell’utilizzo dei giacimenti.

In tutti i casi, sia che vinca il sì, sia che vinca il no, le piattaforme dovranno essere mantenute in sicurezza, quando prima o poi smetteranno di lavorare, fino al totale smantellamento.

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Una piattaforma al largo della costa. Fonte: lastampa.it

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La concessione senza scadenza definita e le previsioni dello “Sblocca Italia”

In questi giorni il dibattito sul referendum vede contrapposti: da un lato, coloro (me compreso) che ritengono opportuno evitare i rischi ambientali legati all’estrazione – in un mare chiuso sotto costa – di modeste quantità di combustibili fossili, che sono una fonte di energia da sostituire comunque nel tempo; dall’altro lato, coloro che giudicano le estrazioni strategiche per il paese e punitiva per l’industria la chiusura delle piattaforme.

Ma il significato del referendum non è solo in questa contrapposizione. Infatti con il voto non dovremo dare un indirizzo di politica energetica a favore delle “rinnovabili” o del “fossile” (anche se questo sarà un secondo effetto molto importante), ma nello specifico del quesito referendario potremo restituire alle commissioni tecniche il compito di fare proprio queste valutazioni strategiche, nell’interesse collettivo. Per questo motivo, a mio avviso, dovrebbe votare SI’ anche chi crede molto nelle energie fossili.

In realtà è inevitabile che i combustibili fossili saranno presto o tardi sostituiti da altre fonti di energia, preferibilmente rinnovabili. Per tre motivi: il primo è che sono tra i principali artefici dei cambiamenti climatici e delle conseguenti calamità naturali, foriere di vittime e danni alle attività produttive; il secondo è che inquinano aria, acqua e suolo, danneggiando la salute; il terzo è che si esauriranno.

Ma questo cambiamento avrà modalità e tempi che dovranno essere scelti con sapienza per essere veramente utili all’economia e all’ambiente. E questo è il mestiere di chi scrive le politiche energetiche degli Stati.

Come ingegnere per l’ambiente, so quanta energia il petrolio e il gas naturale ci forniscano per le attività della vita quotidiana e delle imprese; credo allo stesso tempo che occorra innovare nella produzione e nel consumo di energia.

La vera alternativa al progresso non è la stagnazione ma il rinnovamento  (Richard Mabey)

Una strategia di riconversione energetica adeguata alla esigenze del nostro paese va stabilita, secondo le direttive comunitarie, sottoponendo il piano energetico nazionale alla Valutazione Ambientale Strategica (VAS) e verificando i progetti alla luce della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA). La VIA e la VAS sono effettuate da commissioni tecniche costituite ad hoc che hanno a disposizione tutta la documentazione tecnica utile, comprese le osservazioni dei cittadini. La VIA e la VAS valutano caso per caso:

  • la quantità di energia ricavabile dal giacimento;
  • le ricadute economiche positive dei progetti (indotto petrolifero, minore dipendenza energetica) e quelle negative (turismo, pesca, agricoltura, produzioni alimentari, utilizzo diverso del suolo non occupato da trivelle);
  • le fonti di energia disponibili in alternativa (importazioni di combustibili fossili, fonti rinnovabili, riduzione degli sprechi) e quanto inquinano a confronto;
  • le tecnologie e i sistemi di sicurezza previsti dal progetto;
  • gli effetti sulla salute e sull’ambiente derivanti dalla ricerca e dall’estrazione di idrocarburi in condizioni ordinarie e di incidente;
  • le probabilità di incidente e altri rischi come la subsidenza del suolo.

Alle procedure come VIA e VAS sono dedicati 35 articoli di legge, tutta la Parte II del Testo Unico Ambientale[2], una norma che è la Bibbia Italiana per l’ambiente. Ma all’articolo 6, dove si parla di trivelle, questa norma è stata modificata varie volte fino a prorogare senza scadenza le concessioni esistenti sotto costa, impedendone la VIA. Infatti, quando si rilasciano nuove concessioni si riunisce la Commissione VIA, si migliorano i progetti, si ricontrattano i diritti di estrazione da corrispondere allo Stato e si assegna eventualmente la concessione ad un diverso soggetto presente nel mercato.

Oggi lo Stato ha abdicato a questa valutazione e, togliendo la scadenza alle concessioni, annulla anche la sovranità delle future generazioni. Cosa può giustificare la rinuncia alla VIA, visto che questa può migliorare i progetti e renderli più vantaggiosi per l’economia e per  l’ambiente?

Potremo ridare una scadenza alle concessioni votando il Sì al referendum.

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Piattaforme offshore. Fonte: ilgiornale.it

Un’altra anomalia normativa si trova all’articolo 38 del “Decreto Sblocca Italia” [3] (che non è oggetto del referendum abrogativo), dove tutte le operazioni di ricerca ed estrazione di petrolio e di gas naturale, in terraferma e in mare, sono considerate per principio “di pubblica utilità. I relativi titoli abilitativi comprendono pertanto la dichiarazione di pubblica utilità” e comprendono la “variante urbanistica”. La VIA per queste opere viene eseguita nell’ambito di un procedimento speciale per il rilascio del titolo concessorio unico, valido per entrambe le fasi di ricerca ed estrazione.

All’articolo 37 del Decreto si trova invece la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza dei progetti di gasdotti e rigassificatori, indipendentemente dalle aree attraversate, dalle quantità di gas naturale in gioco, dai fabbisogni variabili nel tempo, dalle variazioni future dello scenario geopolitico nei paesi produttori, dal numero di impianti nel frattempo realizzati!

Con il decreto “Sblocca Italia” il Governo aveva avocato a sé anche gran parte delle competenze delle Regioni in materia di autorizzazioni all’estrazione di idrocarburi, in mare e sulla terraferma. Il Governo Italiano era diventato una sorta di “centrale unica delle autorizzazioni”. Con le competenze concentrate nel governo centrale, se i membri dell’esecutivo presentano poi un conflitto di interessi, si realizza un cortocircuito democratico. Basterebbe cioè condizionare poche persone se si volesse realizzare un vantaggio personale. Sembra che questo lo sapesse bene l’imprenditore Gianluca Gemelli – il compagno dell’ex ministra dell’economia Federica Guidi coinvolto in inchieste relative alle estrazioni di petrolio in Basilicata e in Sicilia – che secondo l’accusa avrebbe esercitato arroganti pressioni sull’esecutivo.

I promotori del referendum ne avevano previsti altri 5, di cui alcuni per restituire alle regioni parte dei loro poteri. Grazie a questa iniziativa, il Governo ha già provveduto a modificare nuovamente la normativa in questo senso e i referendum sono stati così ritenuti non più necessari dalla Consulta. Inoltre, è stata eliminata la norma che fino a qualche mese fa prevedeva la possibilità di prorogare le concessioni vigenti un numero illimitato di volte, anche per le trivellazioni al largo e in terraferma.

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Le trivelle d’Italia in terraferma e in mare nel novembre 2014

Fonte: testata giornalistica dailygreen – elaborazione su dati del Ministero dello Sviluppo Economico

Nel contesto attuale in cui è considerata inevitabile la precarizzazione del lavoro con il Jobs Act, in cui il commercio e la libera professione sono rischiosi in tempi di crisi, assicurazioni di un incarico dallo Stato a tempo indeterminato ci sono per le compagnie petrolifere, con le concessioni illimitate.

Quanto ai lavoratori delle piattaforme, in caso di vittoria del Sì, di qui alla scadenza delle concessioni, potrebbero essere formati alla produzione di forme di energia alternativa che avranno un forte sviluppo per effetto dell’Accordo sul clima di Parigi. Così l’industria si adatta alle esigenze del Paese e non il viceversa.

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I dati forniti dai Ministeri alle associazioni ambientaliste [4]

Legambiente e Greenpeace hanno elaborato i dati pubblicati sul sito del Ministero dello Sviluppo economico e hanno desunto che le piattaforme soggette a referendum coprono meno dell’1% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% di quello di gas. Le riserve marine di petrolio potrebbero coprire l’intero fabbisogno nazionale per meno di due mesi, ma per estrarle occorreranno invece concessioni trentennali.

Secondo il Comitato per l’astensione  “Ottimisti e razionali” le produzioni italiane di gas e di petrolio – comprendendo quella sotto costa, al largo e in terraferma – coprono rispettivamente l’11,8% e il 10,3% del nostro fabbisogno. I diversi dati non sono incompatibili fra loro.

Sempre Greenpeace precisa che delle 88 piattaforme operanti entro le 12 miglia, ben 64 non sono in funzione oppure erogano così poco da rimanere sotto la franchigia per il versamento dei diritti di concessione. Dunque c’è il pericolo che i bacini siano in realtà già in via di esaurimento e che la concessione illimitata venga usata per rallentare le estrazioni e rimandare il più possibile l’onere dello smantellamento e della messa in sicurezza ambientale.

Greenpeace si è poi avvalsa della facoltà di richiedere al Ministero dell’Ambiente i piani di monitoraggio ambientale delle 135 piattaforme presenti nei mari italiani, ottenendone solo 34. E al riguardo il 30 marzo ha ottenuto la spiegazione dell’ENI: le piattaforme “di propria pertinenza, non emettono scarichi a mare, né effettuano re-iniezione di acque di produzione in giacimento, pertanto non ci sono piani di monitoraggio prescritti e nessun dato da fornire”. Si ha dunque un ulteriore indizio di piattaforme ferme; tuttavia, anche in questo caso, gli impianti possono inquinare o subire incidenti e andrebbero controllati.

La necessità dei controlli è comprovata dallo lo stralcio di un articolo, apparso sul mensile siciliano “S” e riportato sempre da Greenpeace:

500 mila metri cubi di acque di strato, di lavaggio e di sentina sarebbero state iniettate illegalmente nel pozzo Vega 6, del campo oli Vega della Edison, al largo delle coste di Pozzallo. […]

Gli inquirenti ipotizzano “gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino attuando, per pura finalità di contenimento dei costi e quindi di redditività aziendale, modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi“. Secondo ISPRA la miscela smaltita illegalmente in mare contiene “metalli tossici, idrocarburi policicliciaromatici, composti organici aromatici e MTBE” e ha causato danni ambientali e inquinamento chimico. “La natura particolare delle matrici ambientali danneggiate”, secondo ISPRA, non potrà essere riportata “alle condizioni originali”.

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L’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon nel 2010 che costò la vita a 11 persone e causò una ‘Marea nera’ di petrolio che per tre mesi continuò a riversarsi nelle acque e lungo le coste del Golfo del Messico. Ad inizio aprile è arrivata la condanna definitiva della compagnia petrolifera. Fonte: larepubblica.it

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[1] Il comma 17 art.6 del D.Lgs. 152/2006 vieta la “coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi” […] “nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa […]. I titoli abilitativi già rilasciati sono fatti salvi per la durata della vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”. Si comprende la necessità del legislatore di specificare qualcosa sul regime esistente, ma la concessione senza scadenza eccede a mio avviso questa necessità. Con il referendum saremo chiamati ad abrogare o meno le parole sottolineate sopra. In caso di abrogazione, mancherà un’indicazione esplicita per il periodo successivo alla scadenza dei titoli abilitativi già rilasciati e secondo alcuni, alla scadenza di essi, varrà il riferimento alla procedura ordinaria di “Valutazione di Impatto Ambientale” (peraltro già indicata nel testo del medesimo comma, prima delle modifiche apportate dall’ultima Legge di Stabilità – Legge 28 dicembre 2015, n.208); in alternativa, chi ritenesse che per tempo vi saranno singole piattaforme in piena attività e sufficientemente sicure, potrebbe promuovere una norma specifica per colmare l’eventuale vuoto normativo e consentire di valutare caso per caso proroghe dell’attività – subordinate a nuove concessioni e nuova VIA – oppure lo smantellamento definitivo.

[2] Sono gli articoli da n. 4 a n. 36 del D.Lgs. 3 aprile 2006, n.152

[3] Decreto Legge 12 settembre 2014, n.133, cosiddetto “Decreto Sblocca Italia”, con le modifiche apportate dalla Legge di conversione  11 dicembre 2104, n.164 e da altre norme successive, tra cui la legge 28 dicembre 2015, n.208 (cd. Legge di Stabilità).

[4]Cfr. articolo “SI’ o NO alle trivelle. Cosa sapere per votare al referendum” di Antonio Cianciullo su “La Repubblica”, 18 marzo 2016

Cfr. i Rapporti di Greenpeace “Trivelle Fuorilegge” e “Rinnovabili nel mirino“.

Cfr. i comunicati stampa: “Far west nei mari italiani, 100 piattaforme senza controllo” (31 marzo, 2016) e “Trivelle, vecchie spilorce! Tre su quattro entro le 12 miglia non pagano royalties. Il 40% è fermo” (1 aprile, 2016).

8 thoughts on “Trivelle senza regole. SÌ vota per cambiare

  1. Ciao a tutti,
    grazie per i commenti lasciati sul Blog e per il supporto e l’affetto che ho ricevuto in vari modi da molte persone.
    Mi fa piacere che il lavoro sia stato utile per approfondire una materia che pur essendo tecnica ci riguarda da vicino.
    Il referendum non ha raggiunto il quorum e dunque le concessioni restano ad oggi senza scadenza, salvo eventuale intervento dell’Unione Europea.
    Oltre la delusione di ciò, è stato importante comunque che molti italiani abbiano avuto l’opportunità di conoscere meglio l’attuale (distorta) politica energetica del nostro Paese. E grazie ai 5 quesiti referendari che non è stato necessario votare, la normativa italiana in materia è diventata già più razionale e meno sbilanciata in favore delle fonti fossili.
    Il blog non è nato specificamente per questo tema ma magari ne riparlerò.

    Grazie di cuore ancora a tutti,
    Guido

  2. Grazie Guido per questo articolo,grazie per questa riflessione referendaria. Grazie per l’importanza dei contenuti che hai regalato a tutti noi. Non ti smentisci mai, sei sempre una persona di gran spessore. Alla prossima.

  3. Spiegazione molto esaustiva e completa nell’esprimere il significato del Referendum………Voterò “SI” per salvaguardare l’ambiente in cui viviamo e soprattutto in quanto reputo che l’aria inquinata che respiriamo sia la causa prima di tante malattie e TUMORI che si sentono in giro!!!!!!!!! La legge sulle TRIVELLE va migliorata, e i politici e i tecnici dell’ambiente sono i primi ad essere chiamati in causa su tali problematiche che viviamo come comunità.

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