La crudeltà dei lager libici: testimonianza di un sopravvissuto

Quella che segue è la storia del viaggio di un ragazzo coraggioso giunto in Italia dal Senegal.

Nel corso del viaggio, a parte brevi periodi di lavoro in Africa, è stato più volte in prigioni per migranti in Niger e in Libia, dove ha conosciuto quotidianamente atrocità e morte. Risalenti a quel periodo restano sul corpo del ragazzo 32 cicatrici, che un medico ha certificato essere compatibili con esiti di tagli da lama di coltello, ustioni da ferro rovente e bruciature di sigaretta.

Chiameremo il giovane Luigi Mamhadu.

Tutti i nomi della storia sono modificati. In un prossimo articolo, intervisteremo Giulia, una forte donna italiana che ha conquistato la fiducia di Luigi. Giulia illustrerà cosa spinse il ragazzo poco più che maggiorenne a lasciare il suo paese per sostenere se stesso, la madre e la sorella minore, grazie anche all’aiuto di un amico che gli finanziò il viaggio; come è accaduto poi che Luigi le raccontasse gradualmente gli orrori della detenzione in Libia, dopo un primo anno di assoluto segreto; come ora Luigi Mamhadu si stia integrando in Italia.

L’intervista a Giulia sarà utile per comprendere come facciano i cittadini indigenti dell’Africa ad intraprendere un viaggio costoso e pericoloso attraverso il deserto, la Libia e il Mediterraneo. A volte siamo persuasi che dall’Africa NON arrivino qui le persone in effettivo stato di bisogno. Si diffonde la credenza che arrivino TUTTI per delinquere, con una traversata di poche ore su comodi taxi del mare,  SOLO perché finanziati dalla criminalità o da lobby che hanno interesse a portare manodopera a basso costo in Europa. La realtà invece è molto più ampia.

Ne sapremmo sicuramente di più se passassimo del tempo a fare conoscenza con i migranti, chiedergli le loro storie e le loro attese, invece di giudicarli in base a quello che abbiamo capito da un post di Facebook.

Per questo ora è il momento del racconto di Luigi Mahmadu.

Le violenze descritte, a cui sono sottoposti molti migranti in Libia, ci interrogano circa i finanziamenti alla Libia da parte dell’UE e degli ultimi due governi italiani; così i migranti vengono recuperati in mare dalle autorità di quel paese e riportati lì, dove la stessa ONU ritiene ci siano violazioni dei diritti umani.

Luigi ha ricevuto supporto psicologico per raccontare la sua storia a scopo terapeutico. Il percorso è durato più di un anno e il frutto è il documento che adesso Luigi ha deciso di rendere pubblico attraverso questo blog. A lui il nostro abbraccio.


IL VIAGGIO

Il 6/12/2014 Luigi Mahmadu con l’amico Giuseppe Ibrahima lascia il Senegal per recarsi in Libia, per cercare lavoro. Il viaggio viene pagato per entrambi da Giuseppe (€ 800 a persona), in parte in auto, in parte a piedi ma tutto organizzato.

Percorso: Senegal – Mali – Burchina – Niger – Libia.
Niger:

Durante il fermo in Niger, presso Niamey, dove è rimasto prigioniero per un paio di settimane, Luigi ha subìto, da uomini vestiti da militari, che tentavano di estorcergli denaro, in qualità di riscatto, non solo percosse ma anche tentativi di soffocamento con l’acqua.

Giuseppe, invece, esce pagando e si ferma ad aspettare l’amico. Una notte, approfittando del fatto che i carcerieri dormivano profondamente, dopo aver bevuto, Luigi riesce a fuggire e si ricongiunge con l’amico.

lager libici testimonianza di un sopravvissuto

In data 01/01/2015 i due ragazzi giungono in Libia e vengono “accolti” in un campo per profughi a Sabha.

Riferiscono di trattamenti crudeli, ma per due mesi riescono a lavorare; Giuseppe come muratore e Luigi come falegname. Una notte, mentre dormivano (alle ore 2.00) vengono picchiati, frustati, bastonati e, a sorpresa, prelevati e condotti nel carcere di Sabha.

Giuseppe e Luigi condividono la stessa cella per tre mesi e riferiscono condizioni e trattamenti disumani. Torture, mancanza di acqua e cibo, violenze quotidiane. Nella cella vi erano più di 60 persone, costrette a convivere con morti in decomposizione, con i loro escrementi e con il sangue delle violenze, degli omicidi e del ciclo mestruale e dei parti delle donne…

Quasi ogni giorno venivano ammanettati o legati con una corda ed appesi al soffitto per ore; prassi consueta la tortura tramite elettrodi con scossa elettrica (Luigi ha ad oggi evidenti segni sul corpo dei punti in cui venivano posizionati gli elettrodi).

Dopo tre mesi Giuseppe riesce a pagare il riscatto ed esce dal carcere. Non abbandona l’amico Luigi, ma cerca lavoro per riscattare la sua libertà e per cercare di salvargli la vita.

Nel frattempo Luigi continua il suo dramma presso il carcere libico.

Noi non avevamo un numero, non ci chiamavano per nome e non avevamo documenti. Provenivamo da stati e posti diversi, solamente gli Algerini non venivano maltrattati dai Libici.

La cella, interrata, non aveva finestre, ma solamente piccolissime feritoie con inferiate di ferro.

Per 6 mesi Luigi non è mai uscito da quel posto.

Ai detenuti venivano lasciate addosso solamente le mutande. Il trattamento era uguale per tutti: uomini, donne, bambini.

Per 6 mesi non mi sono mai lavato e non ho mai cambiato i miei slip” riferisce Luigi. “Abbiamo preso malattie intestinali, della  pelle e di ogni genere; alcuni dei miei amici sono deceduti perché il loro cuore non ha retto”.

Ci alimentavano saltuariamente con una mezza pagnotta di pane due volte al giorno, tanto caldo e pochissima acqua”. “Avevamo scavato un piccolo buco nella terra del pavimento; urinavamo tutti in quel posto e per non morire di sete bevevamo il nostro piscio”.

“Ho visto spesso madri cedere la loro razione di cibo ai propri figli”.

Torture giornaliere, oltre alle violenze sessuali, alla corrente, alle manette, erano anche dolorosissime percosse con una piccola frusta sotto la pianta dei piedi. “Ci terrorizzavano, inoltre, schiacciando le nostre teste con i loro piedi, rivestiti da scarponi molto pesanti. Mi hanno accoltellato sotto ad un braccio, sulla schiena e sul pollice della mano sinistra per costringermi a fare tutto quello che volevano”.

“In Libia non c’è uomo, non c’è donna, non c’è bambino.

Luigi riferisce che i trattamenti disumani e violenti subiti non sono stati risparmiati in alcun modo a donne e bambini.

Subivamo tutti (anche i bambini) violenze sessuali quotidiane; le prime volte abbiamo cercato di dire no, anche io, ma le bastonate che ci infliggevano con il calcio del fucile, con i manganelli in acciaio e le minacce di morte ci imponevano di stare zitti. Solo i bambini urlavano per il dolore e forse per questo durante le violenze venivano uccisi”.

“Ho passato sei mesi di paura, anzi di terrore. Ancora oggi vivo proiettato nel passato e non riesco a dormire. Quando chiudo gli occhi, non solo vedo quello che ho subito, ma vedo quello che hanno subito tutti i miei compagni di cella. Tanti non ci sono più.

Erano bravi ragazzi… bravissimo ragazzi, uccisi davanti a me sgozzati, senza motivo”.

Penso a tutti quei bambini che sono stati fucilati davanti a noi e davanti alle loro madri, penso a tutti i ragazzi e le ragazze morti in mia presenza e “Solitamente i libici entravano in 10: 5 armati di fucile, 5 di coltello; ci chiamavano (in tulle le lingue) “sporchi negri”, ci insultavano con le parole peggiori.

Prendevano 5 dei prigionieri a caso, ci facevano mettere tutti ad un lato della cella e davanti a noi li sgozzavano.

Appena venivano uccisi i nostri compagni di cella, soprattutto i più giovani, tante volte subito arrivavano 3 o 4 medici che toglievano parti dei loro corpi (occhi, cuore, reni ecc) davanti a noi che guardavamo senza proferire parola. Riponevano subito tutto in un contenitore che assomigliava ad un piccolo frigorifero e poi se ne andavano lasciando lì per giorni con noi i cadaveri a decomporsi; anche in questo caso eravamo noi a spostare i corpi martoriati in un angolo della cella, solo quando sono uscito ho visto dove venivano messi in seguito i corpi: grandi buchi nella sabbia, come quelli che la mia mamma italiana mi ha fatto vedere in un video di Auschwitz. (E’ stata Lei, dopo i miei racconti, a spiegarmi cosa hanno fatto i Tedeschi, tanti anni fa, al popolo ebreo.)”

Spesso davano fuoco ai piedi di donne e bambini, lasciandoli morire bruciati davanti ai nostri occhi.”

“Nella nostra cella, diverse volte a settimana venivano introdotti 3 o 4 cani, non grandissimi ma molto aggressivi. Io  rimanevo immobile e quasi non respiravo, di solito si avventavano sui bambini, provocando loro ferite molto gravi o uccidendoli”.

“Non potevamo reagire, non potevamo difendere nessuno, la paura era troppa.”

Ogni giorno ho visto uccidere almeno 5 o 6 persone. Non le portavano via dalla cella subito. Spostavamo noi i loro corpi in un angolo della cella e lì rimanevano per diversi giorni”. Subito i libici inserivano nella nostra stanza altre persone. Eravamo sempre 60 in circa 30 mq.”

Non ci hanno mai permesso di pregare ed oltre alle violenze sessuali subite, ci costringevano, sotto minaccia, a fare sesso con delle prostitute che venivano introdotte nella cella, cosa che per la nostra religione (io sono musulmano) è una cosa vergognosissima e grande peccato”.

“Credo di essere vivo perché sono sempre stato zitto e buono, anche se avevo dolori fortissimi non mi sono mai lamentato; ero terrorizzato”.

Il 5 Ottobre 2015 Giuseppe riesce a far liberare Luigi dalla prigione (Luigi vi è stato in tutto circa 6/7 mesi consecutivi).

Sono entrate nella stanza due persone armate di fucile e coltello con un cane, mi hanno detto che qualcuno aveva pagato il mio riscatto e mi hanno condotto fuori. Mi girava tantissimo la testa, dopo così tanto tempo al buio i miei occhi non sopportavano la luce. Prima di lasciarmi andare mi hanno ustionato con un ferro rovente entrambe le gambe (sopra al ginocchio) e sulla pancia (addome sinistro)”.

Luigi alla vista del sole e della luce sviene (così riferisce il suo amico).

Giuseppe decide di aspettare 2 settimane prima di imbarcarsi, in quanto Luigi è talmente provato fisicamente e psicologicamente che non ritiene possibile per lui sopravvivere alla traversata in quelle condizioni.

I due lasciano la Libia su un gommone.

“Ancora oggi non ricordo quasi nulla della traversata! Mi sentivo stanco, non avevo forze e avevo tanti dolori forti in tutto il corpo e soprattutto ai denti. Rammento solo la sete. I ragazzi che erano con me mi hanno dato da bere diverse volte l’acqua di mare. Su di un altro gommone vicino al nostro è morto un ragazzo… ma io non ricordo il perché!

Ho pochi ricordi anche dei primi mesi passati al campo. Avevo ancora tanto male alle ferite ma non ho detto niente a nessuno perché mi vergognavo. Sono stato curato solo per il mio fortissimo male ai denti.”

I due ragazzi vengono salvati il 21 Ottobre 2015 dalla guardia costiera e raggiungono la Sicilia alle ore 20.00 dello stesso giorno.

“Ho raccontato tutta la mia storia ad una donna che io considero la mia mamma italiana (Giulia). Per ricordare e per trovare il coraggio di parlare ci ho messo circa un anno. E’ stata lei, con papà Danilo, a portarmi dal Dott. Marco R., subito dopo che le ho detto di essere stato violentato. Ho visto la mia mamma italiana piangere per me e per la mia storia. Tante volte ho avuto paura a continuare, ma lei mi ha sempre detto che sono stato coraggioso a raccontare, che devo camminare a testa alta e che non mi devo vergognare”.

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