Un mare di plastica

Foto SkyTG24

 

La presenza di plastica nel Mar Tirreno e nei principali fiumi tributari è stata monitorata questa primavera da Greenpeace. La diffusione di plastica sul pianeta è abnorme. Greenpeace ne diffonde costantemente i dati e da tempo ha una visione realista circa le pesanti conseguenze.

Si propone qui una sintesi dell’intervista a Francesca Zazzera di Greenpeace – Gruppo di Napoli, curata da Rossella Strianese sul canale OttoChannel.tv

Nei mari di tutto il mondo vengono sversati ogni anno ben 12 milioni tonnellate di rifiuti di plastica. Ogni minuto l’equivalente di un camion pieno di plastica finisce negli oceani. Sono dati spaventosi: le nostre acque saranno sempre più inquinate e sono al limite del collasso irreversibile!

A partire dagli anni ’50 le multinazionali hanno invaso le nostre vite con enormi quantità di plastiche che vengono utilizzate per confezionare alimenti, bevande e prodotti di consumo: bottiglie, flaconi, pellicole, polistirolo, involucri vari.  Il 90% di questo materiale non viene riciclato ed è praticamente indistruttibile, richiede cioè centinaia di anni per decomporsi in microplastiche invisibili ma comunque inquinanti.

Per questi motivi il sistema di distribuzione ed imballaggio deve prendere atto dei suoi impatti sull’ambiente e fornire alle persone, in fase di acquisto, alternative che non contribuiscano all’inquinamento.

In sostanza, per contrastare l’inquinamento da plastica, è essenziale ridurre fortemente la produzione. Non si può fare a meno di tutta la plastica (pensiamo ad esempio ai dispositivi medici). Ma non abbiamo davvero bisogno di tutta questa plastica monouso!

La plastica usa e getta va perciò sostituita con vetro, vuoto a rendere, acciaio, piatti di plastica durevoli.

Il pianeta non è più in grado di sostenere la cultura “usa e getta”. Lasceremo ai nostri figli un mare pieno di plastica: questo è già certezza! La domanda è se potranno gestire tutto questo. E la risposta è NO, se non faremo noi qualcosa oggi!

Le microplastiche, frammenti inferiori a 5mm, possono essere ingerite dagli animali marini e finire sulle nostre tavole. Le correnti marine accumulano e rendono disponibili le plastiche e le microplastiche nelle cosiddette “isole di plastica”. Uno di questi vortici è stato rilevato da Greenpeace tra l’isola di Capraia e la Corsica.

Le microplastiche si fissano nei reni, nell’apparato riproduttivo, nel sistema endocrino dove producono danni a lungo termine, non visibili nell’immediato. Studi scientifici mostrano che i plasticizzanti – usati per rendere duttili le plastiche – sono responsabili di alcuni tumori, di malattie dell’apparato endocrino e di riduzione della fertilità.

È ora dunque di dire basta con i grandi profitti a scapito dell’ambiente e della salute! Basta con la plastica monouso!

L’abuso di imballaggi nella grande distribuzione. Foto di Greenpeace


Questo e altro ci racconta Francesca Zazzera di Greenpeace nella videointervista andata in onda nel programma “La Linea” e registrata alla foce del Sarno. Il fiume è una bomba ecologica dalla quale sono scomparse forme di vita. Qui Greenpeace sta raccogliendo dati che porterà all’attenzione delle autorità competenti perché siano presi provvedimenti efficaci.

Con riferimento al problema della dispersione di plastica in mare di cui si parla nell’intervista, mi interessa sottolineare come esso non sia causato solo dal fenomeno dell’abbandono.

Se oggi solo il 10% delle plastiche viene riciclato è anche perché la plastica è riciclabile poche volte, anzi alcuni tipi di plastica non sono proprio riciclabili.

Una plastica non più riciclabile, anche se raccolta separatamente, viene avviata a inceneritore (recupero energetico). Per questo motivo ogni oggetto di plastica, dopo alcuni utilizzi, va comunque smaltito nell’ambiente: se non finisce in mare va sotto terra (sversata in discarica) oppure nell’aria (come fumi di inceneritori) oppure di nuovo sotto terra (se trattenuta dai filtri degli inceneritori, a loro volta disposti in discarica).

Inoltre, anche la plastica avviata al riciclo rilascia comunque microplastiche, per esempio in fase di utilizzo, lavaggio o riciclo.

In definitiva anche se disponessimo di sistemi di raccolta differenziata efficaci utilizzati da tutti gli abitanti del pianeta, non potremmo fare a meno della combustione di molte plastiche e ci troveremmo ad assistere all’accumulo indefinito di microplastiche nell’ambiente e nel nostro organismo.

Da questo esame di realtà non può che scaturire la necessità di una drastica riduzione delle materie plastiche, anche alla luce del fatto che la ricerca di nuove materie sintetiche viaggia assai più veloce della ricerca di nuove tecniche di riciclo.

Quanto ai sacchi biodegradabili prelevati alle casse e ai banchi frutta dei negozi, Greenpeace esprime dei fondati dubbi:

  • quelli cosiddetti biodegradabili non compostabili, ormai banditi, sono in realtà sacchi di plastica con additivi chimici che si limitano ad accelerare la trasformazione in microplastiche;
  • quelli biodegradabili e compostabili – oggi distribuiti alle casse e ai banchi frutta – mantengono una percentuale del 60% di materiale non rinnovabile (40% dal 2021).[1]

Perciò, anche se è apprezzabile l’avvenuta eliminazione dei sacchi di plastica, è preferibile rifiutare alle casse i sacchi compostabili “usa e getta” e portarsi da casa le borse per la spesa riutilizzabili , siano esse in juta, in cotone o in plastica. Sul tema segnalo i miei precedenti articoli:

Nel secondo articolo proposi l’uso dei sacchi di carta per l’asporto ai supermercati , in quanto materiale meno inquinante dello stesso sacco compostabile. Una proposta che è stata fatta propria successivamente dal Consiglio di Stato (Parere n.859 del 29 marzo 2018) ma che non è ancora diventata disposizione di legge.[2]

Guido Caridei, ingegnere per l’ambiente e il territorio.

futurosenzaplastica sacchi per la frutta

Henderson, isola disabitata nel Pacifico, un tempo paradiso Unesco, “ospita” 17 tonnellate di rifiuti di plastica


[1] Cfr. Art. 226-ter del Testo Unico Ambiente

[2] Cfr. Parere Consiglio di Stato n.859 del 29 marzo 2018 e Cfr. Circolare Min Salute del 27 aprile 2018